AUTORE

Stefania Divertito, nata a Napoli nel 1975, è giornalista d’inchiesta specializzata in tematiche ambientali.

Responsabile della cronaca nazionale per il quotidiano Metro, collabora con Vanity Fair e altri periodici.

Per la sua inchiesta sull’uranio impoverito durata sette anni ha vinto nel 2004 il premio Cronista dell’anno indetto dall’unione cronisti italiani.

Ha pubblicato il libro-reportage Il fantasma in Europa (2004, con Luca Leone) e Uranio il nemico invisibile (2005). Per VerdeNero ha scritto Amianto. Storia di un serial killer (2009).

Intervista con l’autrice

Come scrive Erri De Luca nella prefazione del libro, negli Stati Uniti c’è Erin Brockovich, da noi solo cronache grigie sui disastri ambientali. Perché?

Innanzitutto, negli States è stato possibile avere una Erin Brockovich che da noi stenterebbe a imporsi a causa di un sistema giudiziario molto diverso. La “class action” mossa da quello studio legale coinvolgendo i cittadini da noi non sarebbe possibile, non con la stessa forza almeno.
Poi c’è un altro aspetto: secondo me i giornalisti devono iniziare a raccontare diversamente l’ambiente. Specializzarsi di più, fare rete tra di loro, seguire i grandi temi ambientali anche quando non sono emergenza e notizia del giorno. Solo così le notizie possono uscire dal grigiore della stretta cronaca.

In Italia si compie un delitto contro l’ambiente ogni 43 minuti. Nonostante questo non abbiamo ancora introdotto il delitto ambientale nel nostro codice penale.?

C’è sicuramente un deficit legislativo. Però, devo dire che il procuratore Raffaele Guariniello mi ha mostrato un altro aspetto della questione. Nell’intervista inserita a mo’ di epilogo nel libro, lui sostiene che il problema non è tanto l’assenza della fattispecie di reato del delitto ambientale, quanto la scarsa applicazione delle norme esistenti e i processi troppo lunghi che spesso finiscono in prescrizione, rendendo vana l’attività investigativa. Insomma, piuttosto che aggiungere un nuovo reato, lui crede sia importante assicurarsi che vengano applicate le fattispecie esistenti. E sono d’accordo con lui.

La discarica di Malagrotta, a Roma, ha ottenuto l’ennesima proroga al 31 dicembre del 2011. Come vedi il dopo Malagrotta?

Lo vedo molto negativamente. Intanto già si parla di una nuova proroga, al 31 marzo. Il proprietario di Malagrotta sta attrezzando un’area all’interno della stessa zona della discarica, che potrà ospitare ancora rifiuti. La soluzione offerta dalla politica, sia dal presidente della regione Renata Polverini sia dal prefetto Pecoraro, nominato commissario per il dopo Malagrotta, stanno continuando a offrire soluzioni che si inseriscono nella falsa riga della discarica. Nuove discariche, insomma, solo più piccole e sulla carta temporanee. Il tutto mentre si scava per realizzare una nuova e definitiva discarica attrezzata. Tutto questo non è la soluzione all’emergenza rifiuti del Lazio. Nessuno affronta il tema della riduzione della produzione dei rifiuti, non si parla di differenziata seria (a Roma, ad esempio, non si separa a frazione organica dal secco indifferenziato) e finchè non verrà realizzato un vero ciclo dei rifiuti, l’emergenza è destinata solo a passare da un comune all’altro, ma non ad essere affrontata.

Una centrale convertita a carbone nel pieno del Parco del Delta del Po e addirittura una legge regionale appositamente modificata per far sì che questo si realizzi. Com’è possibile?

È possibile quando la politica non si mette al servizio del territorio e della salute dei cittadini, ma serve a garantire gli affari delle lobby economiche. Quanto sta avvenendo nel parco del Delta del Po è significativo per tutto il Paese: incuranti delle esigenze della popolazione o, peggio, dei rischi ai quali esse verranno sottoposte, modificano una legge regionale per permettere all’Enel, già condannata in tribunale per le emissioni della centrale di Porto Tolle, a convertire la stessa nella ben più impattante centrale a carbone. I cittadini stanno giustamente protestando: ma vorrei che non venisse in questo caso criticata la protesta definendola la solita sindrome Nimby. I cittadini non stanno dicendo: “non vogliamo la centrale, costruitela da un’altra parte”. Stanno sostenendo che quella stessa centrale, se alimentata a gas, avrebbe un impatto meno devastante. E d’altro canto a Porto Tolle c’è uno dei più importanti serbatoi di gas offshore d’Europa, quindi la materia prima sarebbe lì, a portata di mano. Invece no, si preferisce il carbone, più economico anche se più inquinante. E la politica, sia regionale che nazionale è completamente appiattita sulle posizioni dell’Enel.

Ci tieni a chiudere le storie sui delitti ambientali con un capitolo intitolato “Due buone notizie” a dimostrazione che il lavoro di magistrati e l’impegno dei cittadini porta spesso a risultati concreti…

Non è facile, ma accade. Ed è importante sottolineare che queste battaglie non sono soltanto episodiche vittorie giudiziarie, ma sono guerre di civiltà che coinvolgono intere cittadine e migliaia di persone. Proprio in questi giorni la procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati una persona, per quattro morti sospette avvenute intorno alla discarica di Malagrotta. L’ipotesi è che si tratti di morti da inquinamento. Senza le battaglie dello studio legale dell’avvocato Francesca Romana Fragale e del comitato Malagrotta nessuno avrebbe mai potuto scoperchiare il vaso di Pandora. Sovente si arriva a una sentenza favorevole, e quando ciò accade, è una vittoria per tutti i cittadini, non soltanto per le famiglie delle vittime.

Niente delitti ambientali nel codice penale, come si diceva prima, ma c’è chi propone una super procura specializzata. Parliamo del magistrato Raffaele Guariniello. Cosa significherebbe avere un organo del genere a disposizione?

Significherebbe fare rete per cercare di aumentare la percentuale dei successi. Significherebbe ottimizzare le strategie investigative, condividendole e riducendo le possibilità di errori. La prescrizione – come dice lo stesso Guariniello – sopraggiunge spesso perché le indagini sono lente e farraginose e ci si può perdere nel mare di perizie e testimonianze. Epidemiologi, chimici, ingegneri, diventerebbero così un patrimonio fondamentale per tutti gli investigatori: è triste pensare che un’indagine nata – ad esempio – in alcune procure della Calabria potrebbe fallire soltanto perché magari non si è a conoscenza di tecniche investigative o di studi già approntati e rodati altrove.

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