La protesta non violenta contro la centrale turbogas a Colleferro

Dal libro Toghe Verdi, “La capitale delle discariche
“Tra me e l’avvocato Vittorina Teofilatto c’è una scrivania ingombra di cartelline, infilate una sull’altra in maniera ordinata, c’è spazio giusto per il mio quadernone degli appunti. Sono un po’ in bilico. Io e la mia maledettangrafomania. Odio registrare e risentire, devo scrivere, sottolineare, disegnare frecce, schemi, mentre l’altro parla, e cosi a stento riesco ad appoggiare i gomiti sull’angolo del tavolo, ma non m’importa. Il mal di schiena arriverà poi. Adesso l’avvocato è un fiume esondato, e devo scrivere velocemente percontenerne gli argini. È l’avvocato del Codici, punto di riferimento del comitato Malagrotta per le cause civili e per il disastro ambientale nella Valle del Sacco…”.

Una catena di digiuno iniziata venerdì scorso a Colleferro, nella martoriata provincia laziale, al confine tra il territorio romano e quello del frusinate, da sempre insediamento industriale, dove sono stati interrati rifiuti tossici, che hanno inquinato le falde, e c’è tutt’oggi un’emergenza ambientale seguita da Wwf, Codici e un agguerritissimo comitato civico che si chiama Retuvasa.

La catena di digiuni è per protestare contro il progetto della nuova centrale turbogas della zona industriale di Colleferro. Centrale da 80 MWe (due gruppi da 40 MWe ciascuno).
Si tratta di una forma di protesta democratica e non violenta che proseguirà fino al 28 ottobre, data nella quale si discuterà la richiesta di sospensione al TAR.

“Questa centrale turbogas è assolutamente inutile – ci dice Alberto Valleriani, presidente del comitato – non serve alla zona industriale di Colleferro, ma è funzionale a chi vuole fare del business con la produzione energetica, al di là delle esigenze del territorio, e aumentando l’inquinamento di una zona che è già stata provata su questo fronte. Basta guardare ai numeri. La nuova centrale da 80 MWe, infatti, andrà a sostituire una policombustibile, di grandezza decisamente inferiore, in un momento in cui le esigenze energetiche del distretto industriale, in crisi, sono basse. L’opera dunque non serve al territorio e ne aggrava la situazione ambientale”.

Il nutrito gruppo di toghe verdi che combatte al fianco del comitato nel ricorso presentato in prima istanza al Presidente della Repubblica e poi da questi rinviato al Tar, ha rilevato un difetto della procedura amministrativa: in corso d’opera è stata effettuata una variazione progettuale, non notificata nemmeno alla cittadinanza.

Provincia e regione hanno dato l’autorizzazione all’opera nel dicembre del 2009 e il comune di Colleferro in una settimana ha esaminato l’opera – che sará realizzata da una concentrazione di aziende con finanziamenti di istituti di credito per circa 60 milioni di euro – e ha dato anch’esso l’autorizzazione.

Il Comitato, con le due avvocatesse Vanessa Ranieri per il Wwf e Vittorina Teofilatto per il Codici, hanno presentato due ricorsi al Tar, uno contro la provincia l’altro contro la Regione. Anche perchè l’Arpa all’epoca non aveva avuto nemmeno il tempo e il modo di inviare il parere, previsto invece dall’iter amministrativo.

Una situazione complicata e pericolosa quella in cui si trovano i cittadini di Colleferro e dei comuni limitrofi. Proprio oggi inizia il procedimento penale contro il Consorio rifiuti Colleferro che, per gestire gli impianti di depurazione ha ottenuto, nel 2005 dalla provincia il permesso a effettuare scarichi, ovviamente depurati,nel fiume Sacco che attraversa tutta la vallata.

Successivamente venne accertato che nel latte della centrale c’era il beta esaclorocicloesano, derivato da un potente insetticida, il lindano, che ha contaminato decine di abitanti, una contaminazione che resterà a vita.

Ecco cosa racconta l’avvocato Vittorina Teofilatto in Toghe Verdi: “Nel 2005 il pm Paoletti ha aperto un’indagine producendo otto faldoni che raccontano finalmente la verità: nel fiume Sacco era stato realizzato uno scarico abusivo, il Noe ha accertato che il consorzio non effettuava la bonifica, tanto che sottoterra c’erano condutture che trasportavano i veleni direttamente nel fiume. Fu ordinata un’indagine epidemiologica e fu accertata un’emergenza sanitaria”.

Per questa emergenza sanitaria, da oggi, ci sarà modo di ottenere giustizia.

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