Care toghe verdi, consideratela un’agenda per il futuro

andrea orlandoHo cercato invano ovunque qualcosa che legasse il nuovo ministro per l’Ambiente Andrea Orlando ai temi di cui dovrà occuparsi. Che ne so, un’interrogazione parlamentare, un emendamento, una presa di posizione, nel suo curriculum degli ultimi anni. Nulla. Non pervenuto. Magari è una buona notizia, magari è più lontano dalle logiche di lobby che ci hanno regalato ministri decisamente deludenti.

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Sì, azzuffiamoci anche per le nomine. Ma intanto accade questo. Italia, aprile 2013.

saline

Il vuoto istituzionale, Grillo che non è andato in piazza, Napoletano rieletto, chi sarà il presidente del consiglio?, si voterà?, l’implosione del Pd.
Per me, le emergenze sono altre. Sono, ad esempio, che l’informazione si è (quasi tutta) definitivamente distratta. E mentre i controllori dei poteri abbaiano ai politici per riprenderne una voce, nelle stanze che contano accadono cose come queste, che il comitato No carbone Saline Joniche racconta, efficacemente, in questo post che riprendo pari pari.

Buona indignazione.

L’ultima vergogna del governo dei tecnici, è stata perpetrata, nel silenzio assoluto,  il 5 aprile 2013. Provoca sconcerto in tutta l’Area Grecanica l’approvazione della V.I.A. per la costruzione della centrale a carbone della SEI-Repower, da parte del governo Monti con un decreto ministeriale a firma del Ministro Clini che nelle conferenze parla di difesa del territorio ed energie rinnovabili salvo poi, nel segreto della stanza dei bottoni, dimenticarsi di essere a capo del dicastero dell’ambiente, avallando progetti dannosi.

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Vista da lontano, l’Italia è ancora più assurda

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Amsterdam, pomeriggio di pioggia fina e di freddo. Umidità fin sotto la pelle.
Consulto compulsivamente il telefono, aspetto un messaggio. Poi mi arriva la mail dal giornale. Il pezzo che avevo scritto è da rifare: la Corte Costituzionale non ha avuto bisogno della notte per riflettere, e ha salvato la legge Clini emanata per consentire all’Ilva di continuare a produrre nonostante il fermo voluto, considerato necessario dai magistrati per il diritto non comprimibile alla salute e alla vita dei tarantini.
Niente da fare, l’industria ha vinto. Per ora.
E ha vinto quella politica che di fatto nomina anche i giudici della Corte e che ha detto sì al decreto diventato legge.
Ce lo aspettavamo tutti, ma sono crollata lo stesso.
Ho pianto come una bambina, e la cameriera del pub mi ha offerto una guinness. Ho provato a raccontarle cosa stava succedendo ma lei non poteva crederci.
A me ha dato fastidio quella sua incrollabile fiducia nelle istituzioni.
Le ho spiegato che in Italia è diverso, che i cittadini devono lottare per vent’anni e più per chiedere semplicemente il diritto a una vita sana.
Che ora bisogna studiare nuove strategie.
La cameriera mi ha chiesto: perchè non fuggite via?
No. Sono già fuggita una volta. Ora resto accanto ai miei amici e fratelli, e unisco i miei strumenti ai loro.
E come dicono i guerrieri spartani, alla fine vinceremo.

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E poi leggo un giornale, e mi viene la nausea

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Inizio subito autodenunciandomi. Non sono riuscita a mantenere il dovuto distacco. Nessuna alterità. Forse non ho nemmeno provato. Forse quando è partito il coro “Taranto li-be-ra” e io ho urlato a squarciagola e battuto le mani non è stata nemmeno una resa, è stata la necessità di mollare l’ipocrita atteggiamento da cronista e mostrare quello che il mio cuore chiedeva.
Partecipare.
Quindi racconterò della gente senza filtri opachi.
E comincio da Fabio Matacchiera e da Alessandro Marescotti. Giganti, nella loro dedizione, nella loro costanza, nella loro energia e nella loro lucidità. Il Fondo Antidiossina e Peacelink si complementano e si amalgamano alla perfezione. Sono bellissimi, con i loro occhi lucidi. E le lacrime, che quando ci vuole ci vuole.
Luciano Manna che sembrava un attaccapanni di macchine fotografiche. Mille input, mille server da gestire, riprese, dirette streaming, e sempre quella placida tranquillità di chi si è appena alzato da tavola. Ma come fa?
Ma non è stata una manifestazione di attaccanti, quella di stamattina. No.
C’era tutto un centrocampo allenato, efficace ed efficiente.
I medici. Che belli i medici quando ci mettono la faccia. “Basta, ogni giorno si ammalano bambini, bisogna fare presto”, ha detto un pediatra.
“Li vediamo ogni giorno i danni dell’Ilva, nel nostro ospedale”, ha aggiunto in oncologo. E le donne a raccontare: “un amichetto di mio figlio ha il tumore al cervello a dieci anni. Fa le chemioterapie a dieci anni”.

Tutti volevano raccontare stamattina a Taranto. La manifestazione è la prima di una settimana da far impallidire i riti di quella santa. Martedì c’è la consulta che decide sul decreto Salva Ilva, che già per il fatto che si chiama così, a me vengono i brividi. Con un sit in di tarantini a Montecitorio organizzato da Peacelink.
Domenica prossima il referendum consultivo. In mezzo cronache e interviste, per non far calare l’attenzione.
Però io credo che l’attenzione non potrà calare. Questo ho sentito. Bastava vedere gli anziani, che trascinavano stanchi ma fieri i passi al corteo, i giovani allegri, i professori che avanzavano compatti, i negozianti con le locandine del corteo sulle vetrine.
C’è chi ha tenuto a sottolineare che mancavano gli operai. Che qualcuno era lì solo a titolo personale. Ma cosa si pretende? Che indossino le tute mettendosi a disposizione del dispotismo delle vendette di fabbrica o a rischio licenziamento?
Certo che mancano, la città sta provando a saltare con l’asta il baratro che la divide da chi ha disperatamente bisogno di quella fabbrica, e per loro la politica continua a far finta di non vedere soluzioni.
Quando le telecamere si spegneranno, quegli operai si ritroveranno a essere indicati, identificati, mobbizzati. Posso capire il loro terrore.
Ma Taranto oggi è scesa in piazza anche per loro.
Perchè è con la fame di lavoro che si crea la disperata voglia di alternative, e allora qualcosa potrà davvero cambiare.

Ah già.
Poi salgo sul treno verso casa, trovo un Corriere, leggo del toto Quirinale, delle polemiche su Franceschini che vuole il governo col Pdl, di una giornalista salita su un tetto per strappare una foto di Grillo, e mi viene da vomitare.

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Bandiera bianca. Quella che vorrei vedere sull’Ilva

Una macchia bianca in mezzo alla città. Bianco come il colore dei camici che i tarantini ammalati vedono tutti i giorni. Bianco come il colore della resa.

Ma è tutt’altro che una resa quella della città di Taranto che domani 7 Aprile, dalle 10.30, scenderà in piazza a manifestare. La bandiera bianca è quella che spero di veder sventolare sull’acciaieria Ilva.

In attesa della sentenza della Corte Costituzionale, prevista per martedì, e che potrebbe decretare la chiusura dell’impianto, definendo incostituzionale la legge Salva Ilva voluta dal ministro Clini, e dalla maggioranza del Parlamento, i tarantini scendono in piazza a sostegno della magistratura.
Invitati da Peacelink e dal Fondo Antidiossina che hanno organizzato il corteo, medici, infermieri, analisti, tutto il comparto sanitario insomma, ha aderito e parteciperà in camice bianco.

E poi, martedì 9 Aprile, tutti a Roma, in piazza Montecitorio, per un lungo sit in, dalle 9 alle 18 grazie anche a No War, dove gli ammalati e i tarantini che nel sangue hanno tutt’oggi piombo e altri metalli pesanti, segnali di un’esposizione che continua imperterrita, attenderanno l’esito della decisione della Consulta.

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Si fa presto a dire Pm10

891713_4993258144077_876995174_oDiretta streaming su Peacelink di un interessante incontro all’università di Giurisprudenza di Taranto sul decreto Salva-Ilva, la sua costituzionalità e la situazione della città. Presente anche Giorgio Assennato, direttore dell’Arpa pugliese.

Ho le cuffie, lo ascolto mentre sono al lavoro, come un sottofondo. Ascolto gli interventi, mi perdo ogni tanto qualcosa ma so che potrò recuperarlo nella registrazione, e intanto scrivo notizie nella pagina delle news di Metro. A un certo punto mi distraggo, sto cercando di capire cosa sta succedendo a Palazzo Chigi dove teoricamente dovrebbero decidere come assegnare i 20 miliardi che dovrebbero essere a disposizione delle imprese che vantano crediti con la pubblica amministrazione. Mi perdo dietro questi condizionali, e nelle dichiarazioni in politichese dei politici quando Luciano Manna mi richiama su Taranto con un messaggio. “Hai sentito?”. connetto orecchie e cervello: Assennato sta appena dicendo che l’aria di Taranto non è peggiore di quella di altre città d’Italia. Che le Pm10 sono allo stesso livello, che in Canada si respira la stessa aria.

La webcam inquadra la faccia perplessa e lo sguardo interrogativo di Alessandro Marescotti che scalpita per intervenire. Sul mio telefono leggo la rabbia di Fabio Matacchiera. Ci sentiamo: è giustamente furioso.

“Il tema non è quanta Pm10c’è a Taranto, o almeno non solo – mi dice Fabio Matacchiera – Il tema è cosa c’è nelle Pm 10. I metalli pesanti e le polveri inquinanti che abbiamo qui non ci sono altrove”.

Certo, è così. Certo, ma non è facile che chi sta ascoltando il direttore dell’Arpa abbia queste conoscenze, abbia questi strumenti per controbattergli. Fortunatamente Marescotti non gliele manda a dire, ed è preciso nella sua replica.

Ma quante volte, in  quanti giornali,  in quanti studi i televisivi, le parole di Assennato o chi per lui saranno state semplicemente riportare, senza analisi, senza dubbi, senza approfondimenti? quante volte la bugia sarà stata ripetuta, fino a diventare verità per qualcuno?

Per una marea di ragioni, ma anche per questo, sabato e domenica sarò a Taranto. E Toghe Verdi racconterà, giorno per giorno, il cammino verso il 9 aprile, quando la Corte Costituzionale dirà la sua sul decreto Clini Salva Ilva che secondo i magistrati Tarantini viola 17 articoli della Costituzione.

Ci vediamo 500 chilometri a Sud, tra una manciata di ore.

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Mugello, le toghe verdi hanno un’altra possibilità

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La Cassazione ha cassato.
È una buona notizia per le pazienti e tenaci toghe verdi fiorentine.
E i 57 km di corsi d’acqua assetati del Mugello, avranno una nuova occasione per ottenere giustizia.
Ci sarà infatti un nuovo processo d’appello per il procedimento sui danni ambientali legati ai lavori per l’Alta velocità ferroviaria, in Mugello, tra Firenze e Bologna. Lo ha deciso la Corte di Cassazione, accogliendo il ricorso della procura di Firenze. La Suprema Corte ha annullato la sentenza con cui, nel giugno 2011, in appello a Firenze i 39 imputati erano stati assolti.

In primo grado invece, nel marzo 2009, erano state condannate 27 persone, icon pene da tre mesi d’arresto a 5 anni di reclusione ed erano state stabilite provvisionali per il risarcimento danni di oltre 150 milioni di euro: le pene più alte erano state per i vertici del Cavet, il Consorzio di imprese (75% Impregilo) che ha avuto in appalto i lavori, a processo insieme a responsabili e dipendenti di ditte in subappalto, gestori di cave e di discariche,
intermediatori per i rifiuti.

I reati per le quali vennero emesse condanne in primo grado – e sui quali dovrà esprimersi di nuovo l’appello – erano quelli legati all’illecita gestione dei rifiuti. Assoluzioni definitive, invece, per le accuse legate ai danni alle falde acquifere e ai torrenti.
I danni ambientali erano stati stimati dalla procura sui 750 milioni di euro, per il disseccamento o l’impoverimento di 81 corsi d’acqua, 37 sorgenti, una trentina di pozzi e cinque acquedotti, l’inquinamento del territorio per i depositi di terre di scavo contaminate da idrocarburi.

Un applauso a Gianni Tei, e una speranza per Firenze, che nei progetti dovrebbe essere attraversata belle sue viscere dal tunnel della Tav.

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