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E poi leggo un giornale, e mi viene la nausea

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Inizio subito autodenunciandomi. Non sono riuscita a mantenere il dovuto distacco. Nessuna alterità. Forse non ho nemmeno provato. Forse quando è partito il coro “Taranto li-be-ra” e io ho urlato a squarciagola e battuto le mani non è stata nemmeno una resa, è stata la necessità di mollare l’ipocrita atteggiamento da cronista e mostrare quello che il mio cuore chiedeva.
Partecipare.
Quindi racconterò della gente senza filtri opachi.
E comincio da Fabio Matacchiera e da Alessandro Marescotti. Giganti, nella loro dedizione, nella loro costanza, nella loro energia e nella loro lucidità. Il Fondo Antidiossina e Peacelink si complementano e si amalgamano alla perfezione. Sono bellissimi, con i loro occhi lucidi. E le lacrime, che quando ci vuole ci vuole.
Luciano Manna che sembrava un attaccapanni di macchine fotografiche. Mille input, mille server da gestire, riprese, dirette streaming, e sempre quella placida tranquillità di chi si è appena alzato da tavola. Ma come fa?
Ma non è stata una manifestazione di attaccanti, quella di stamattina. No.
C’era tutto un centrocampo allenato, efficace ed efficiente.
I medici. Che belli i medici quando ci mettono la faccia. “Basta, ogni giorno si ammalano bambini, bisogna fare presto”, ha detto un pediatra.
“Li vediamo ogni giorno i danni dell’Ilva, nel nostro ospedale”, ha aggiunto in oncologo. E le donne a raccontare: “un amichetto di mio figlio ha il tumore al cervello a dieci anni. Fa le chemioterapie a dieci anni”.

Tutti volevano raccontare stamattina a Taranto. La manifestazione è la prima di una settimana da far impallidire i riti di quella santa. Martedì c’è la consulta che decide sul decreto Salva Ilva, che già per il fatto che si chiama così, a me vengono i brividi. Con un sit in di tarantini a Montecitorio organizzato da Peacelink.
Domenica prossima il referendum consultivo. In mezzo cronache e interviste, per non far calare l’attenzione.
Però io credo che l’attenzione non potrà calare. Questo ho sentito. Bastava vedere gli anziani, che trascinavano stanchi ma fieri i passi al corteo, i giovani allegri, i professori che avanzavano compatti, i negozianti con le locandine del corteo sulle vetrine.
C’è chi ha tenuto a sottolineare che mancavano gli operai. Che qualcuno era lì solo a titolo personale. Ma cosa si pretende? Che indossino le tute mettendosi a disposizione del dispotismo delle vendette di fabbrica o a rischio licenziamento?
Certo che mancano, la città sta provando a saltare con l’asta il baratro che la divide da chi ha disperatamente bisogno di quella fabbrica, e per loro la politica continua a far finta di non vedere soluzioni.
Quando le telecamere si spegneranno, quegli operai si ritroveranno a essere indicati, identificati, mobbizzati. Posso capire il loro terrore.
Ma Taranto oggi è scesa in piazza anche per loro.
Perchè è con la fame di lavoro che si crea la disperata voglia di alternative, e allora qualcosa potrà davvero cambiare.

Ah già.
Poi salgo sul treno verso casa, trovo un Corriere, leggo del toto Quirinale, delle polemiche su Franceschini che vuole il governo col Pdl, di una giornalista salita su un tetto per strappare una foto di Grillo, e mi viene da vomitare.

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1 Commento

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Una data, un impegno. Per tutti

Tenetelo in agenda: sette aprile. Tutta Taranto è chiamata a partecipare alla grande manifestazione per far arrivare lontano, fino a Roma, la propria voce.
Ma non solo.
Tutta Italia è chiamata in causa, dal decreto cosiddetto Salva-Ilva. Perchè l’ingerenza a posteriori potrebbe colpire qualsiasi barricata dove ogni giorno comitati, residenti, cittadini, stanno lottando per affermare il diritto costituzionale alla salute.
E alla vita, aggiungo.

Tutti a Taranto, il sette aprile.
Perchè Taranto è casa nostra.

Intanto, aderite all’appello firmando qui

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