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Porto Tolle e il pasticcio dei miliardi scomparsi

Porto Tolle. Per chi non la conoscesse, è una cellula dormiente del piano industriale Enel.
Ex centrale a olio combustibile, ex futura centrale a gas, riconvertita sulla carta a carbone prima che i cittadini della vasta e diffusa provincia potessero abituarsi all’idea.
Condannata per gettito pericoloso di cose, su di essa pende un procedimento per l’avvelenamento e l’inquinamento che avrebbe  – secondo le perizie della procura di Rovigo – comportato conseguenze per la salute di bambini residenti fino a 14 chilometri dalla centrale.
Che per ora è ferma, ma non chiusa.
Ebbene, secondo una nota firmata da Greenpeace, Legambiente e Wwf, dal piano industriale dell’Enel 2012-2016 sono “scomparsi” i 2,5 miliardi di euro destinati alla conversione a carbone della centrale termoelettrica di Porto Tolle.   «Il progetto più pericoloso e dannoso per il clima, nel nostro Paese – rilevano le tre associazioni ambientaliste – è diventato un progetto fantasma. Ma i fantasmi non sono mai presenze rassicuranti».

Ma quella che potrebbe sembrare una buona notizia, è solo un grande pasticcio.

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Un’altra buona notizia? Da non crederci (Invece è vero, ma solo per metà)

Il fumo di quei camini inquinava. Il fumo, che usciva da quei camini tra il 1998 e il 2004, ha causato danni ambientali ma anche, e soprattutto, sanitari.

Bel colpo, per la procura di Rovigo. Il Gup ha accolto la tesi del pm Fasolato e ha rinviato a giudizio gli amministratori Enel e gli ex direttori della centrale termoelettrica a olio combustibile di Porto Tolle.

Aspettavamo da tempo che le indagini finissero e il processo iniziasse, e finalmente ci siamo.

Ricordo bene quando a fine luglio Giorgio Crepaldi, del comitato Cittadini Liberi, mi ha portato in giro per il Parco del Delta del Po. Mi ha fatto notare come la centrale fosse seduta, quasi accoccolata, in mezzo al territorio sparso dei comuni del Parco.

In quei sei anni a cavallo di secolo l’Enel avrebbe potuto “ambientalizzare” gli impianti, adeguarli, cioè alla miglior normativa ambientale, ma non l’ha fatto, e così la procura indaga. Perchè a causa di quel ritardi ci sono state decine di persone ammalate, bambini compresi. Gli effetti di quei fumi tossici, ha accertato uno studio commissionato dalla procura, si sentivano fino a 14 chilometri di distanza.

Il passato è d’obbligo. Purtroppo, però, potrebbe diventare già futuro. Continua a leggere

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Si può dire sì al carbone?

Sì al carbone, ma solo se viene applicata la tecnologia capace di catturare le emissioni.

Parola del ministro per l’Ambiente Corrado Clini che torna così dopo pochi giorni a parlare di carbone che, se non pulito, qui appare per lo meno ripulito.

«Il carbone è un combustibile fossile ad alto contenuto di carbonio. L’obiettivo che abbiamo a livello europeo è quello di legare l’utilizzazione del carbone solo allo stoccaggio delle emissioni di carbonio». Il ministro lo ha detto a Reggio Calabria rispondendo ad una domanda dei giornalisti sul progetto di centrale a carbone a Saline Ioniche.

«Questa procedura – ha aggiunto Clini – richiede un’altra tecnologia che si chiama “carbon capture storage”, che significa cattura del carbonio e suo stoccaggio in siti sicuri. Continua a leggere

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Fermiamo il carbone a Porto Tolle

“Gli occhi di Matteo Ceruti sorridono sempre, anche quando si percepisce che è arrabbiato, ed è questo contrasto che mi colpisce. I modi pacati e le parole dirette come stilettate.

«Hanno cambiato la legge regionale del Parco del Delta del Po per poter avviare la trasformazione della centrale.
Prima del caparbio lavoro della giunta del Veneto addirittura il governo centrale, il ministro dello Sviluppo, aveva inserito nella manovra economica un emendamento che di fatto salvava la centrale. E non chieda ai giornali locali di parlarne, di prendere posizione, di spiegare le ragioni di chi si oppone alla trasformazione a carbone. Non lo faranno. Forse perché l’Enel è un ottimo inserzionista?»”

(dal capitolo “I fumi che accompagnano il Po a mare”, Toghe Verdi)

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